Don Marco D’Agostino porta a Vendoglio la storia di Gianluca Firetti

venerdì 5 Luglio

Nell’ambito dell’oratorio estivo “Mettiti in gioco” – organizzato dalla Collaborazione Pastorale di Colloredo di Monte Albano nel parco festeggiamenti della pro loco “Gallerio” di Vendoglio – ecco una serata speciale, con un ospite altrettanto speciale. A Vendoglio, infatti, giovedì 4 luglio a partire dalle 20.00 sarà ospite don Marco D’Agostino, sacerdote cremonese che porterà la storia del suo incontro con il giovane Gianluca Firetti. L’incontro è aperto ad adolescenti e giovani da tutta la Diocesi, con un pensiero particolare agli animatori degli oratori estivi.

In caso di maltempo la serata – prevista all’aperto – si svolgerà in chiesa.

Prima del’incontro, alle 18:00, avrà luogo la Santa Messa a cui seguirà una cena veloce.

 

Chi è Gianluca Firetti?

Gianluca, per gli amici Gian, è nato a Sospiro (CR) l’8 Settembre 1994, secondo figlio di Luciano e Laura, è un figlio, un fratello, un bambino, un ragazzo come tutti gli altri, si impegna a scuola, ama il calcio, tanto da intraprendere la strada del calciatore, una storia normale, niente di che, come tanti, come sempre. Nel Dicembre 2012, durante una partita, la malattia si manifesta con un pizzico, un dolore alle gambe, ma in breve peggiorerà, la diagnosi è infausta, non sono molte le speranze, nonostante gli sforzi dei medici.

Durante la malattia l’incontro con Gesù, Gian si rivede in Cristo, diventa l’alter Christus Patiens, è la vita che si manifesta nella sua pienezza proprio quando sta per finire. Tramite amici comuni incontra don Marco D’Agostino, con lui parla del Signore, diventa lampada per quel sacerdote da 20 anni, che si converte dinanzi a un ragazzo che ha meno della metà dei suoi anni. E con don Marco scrive un libro («Spaccato in due»), il suo libro, la sua vita in poche pagine, in un alfabeto, è così che Gian si presenta al mondo proprio quando parte per giungere al Cielo.

 

Dal libro «Spaccato in due»

Ha contagiato tutti quanti con la sua malattia più grave: l’amore. La sua accoglienza sembrava predicare un affidamento della vita – la sua – che, già così fragile, si avviava – e lui ben lo sapeva – verso un’inesorabile discesa. Ma era come se il tramonto dovesse diventare una nuova alba. Come se, al tempo mancante, supplisse una forza interiore tale da moltiplicare l’intensità degli incontri, la comunione d’intenti, lo scambio d’impressioni.

Per questo non perdeva tempo, non tentennava, non si annoiava, ma viveva tutto, dalla celebrazione eucaristica in casa alla visione di un film, dallo scambio d’impressioni con amici ad una merenda ad una cena intorno al polletto grigliato con le patate, con grande intensità. Nell’accogliere Dio, le persone, la vita, la stessa malattia Gian “rubava” ai suoi amici la loro voglia di vivere, si nutriva della mia poca fede, la sollecitava, desiderando essere nel cuore e nelle preghiere di molti.
Non da subito e non tutto in un momento. Eppure, incontro dopo incontro, cresceva il suo desiderio di vivere e, paradossalmente, questo si realizzava con la sua consapevolezza di morire. “Don, sto morendo. Che cosa mi attende? Quale sarà la mia ricompensa? Gesù mi sta aspettando?”. Ho avuto la sensazione che anche la morte non lo abbia colto di sorpresa. Tutt’altro.

05/07/2019 (tutto il giorno)
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