Speciale oratori, Nando Pagnoncelli (IPSOS): «Appassionare i ragazzi alla vita»

Ottomila centri di aggregazione parrocchiale in Italia. Troppo sottotraccia.

Primo: ridare fiducia e speranza ai ragazzi, ai giovani che respirano un clima di incertezza, a volte di negatività. Secondo: sviluppare la partecipazione attiva, ricordando che essere cittadini comporta anche dei doveri. Queste, secondo Nando Pagnoncelli (nella foto), le sfide oggi per gli oratori. Pagnoncelli è tra i più noti ed autorevoli ricercatori sociali ed è presidente dell’Istituto Ipsos. È noto al grande pubblico per i suoi sondaggi. «Gli oltre 8 mila oratori italiani sono gli spazi privilegiati dell’attività educativa della Chiesa e spesso anche i luoghi che meglio accolgono i ragazzi stranieri», dice. È sua, infatti, la prima fotografia nazionale di una delle poche istituzioni formative che può vantare oltre 450 anni di storia. L’indagine è pubblicata nel volume «Un pomeriggio all’oratorio». Luoghi di educazione e di vita rassicuranti per i genitori – sostiene in sintesi l’indagine – gli oratori italiani intercettano le domande delle famiglie, dei giovani, dei bambini e anche degli enti pubblici locali.

Anche lei, Pagnoncelli, ha frequentato l’oratorio.
«Dai 6 ai 12 anni. Ho giocato, pregato, frequentato il catechismo e il cinema e ho iniziato a maturare molte delle passioni che mi hanno accompagnato da adulto»

Che cosa ricorda in particolare di quegli anni?
«Intorno ai tredici-quattordici anni il sacerdote ci faceva lezioni di buona politica, ci insegnava a osservare il quartiere, a farci carico dei problemi degli altri e ci educava alla partecipazione».

Buona politica, lei dice. Che cosa intende?
«Il parroco ci proponeva lezioni non di politica partitica, ma di educazione civica. Ci orientava all’esercizio del bene comune e, quindi, all’impegno responsabile.»

Lei ha fatto il servizio civile.
«Sì, fra gli anziani. Questa scelta è maturata appunto in oratorio. Mi sono pure impegnato in specifici progetti di volontariato».

Che cosa è emerso dall’indagine che ha svolto per conto del Servizio nazionale per la Pastorale giovanile?

«Non è vero che l’oratorio sia scomparso. È ben presente, ne abbiamo 8 mila. Piuttosto è vero che vivono sottotraccia».

Quindi non è passato di moda?

«L’oratorio è ancora il luogo principale di aggregazione dei ragazzi, in tanti quartieri, in numerosi paesi e città. Anzi, diciamo pure che ha un ruolo educativo molto importante, fra l’altro per la pluralità di proposte che offre».

In tante realtà è l’unico luogo di aggregazione.
«Appunto. E di qui il valore sociale che rappresenta e che è irrinunciabile per una comunità. L’oratorio è in questi casi supplente degli enti locali che non hanno risorse per svolgere analoghe attività educative».

Ma rispetto ai suoi tempi, in che modo gli oratori stanno evolvendo?
«Gli oratori si sono rinnovati molto in termini di figure coinvolte e si sono aperti al territorio, collaborando con soggetti esterni al contesto parrocchiale e diocesano. Si sono messi in rete, come si usa dire oggi».

Nelle nostre parrocchie, infatti, gli oratori, mantenendo ben salde le fondamenta identitarie, accolgono anche ragazzi che non frequentano la chiesa, che sono di altre culture e religioni.
«È un’apertura culturale davvero significativa. È ovvio che prevede una strutturazione, che però ho trovato ben presente al Nord».

Quando lei frequentava l’oratorio, la famiglia, la scuola, lo sport e l’oratorio, appunto, erano il quadrilatero – come lei stesso lo chiama – dei ragazzi. Oggi il perimetro è cambiato?
«Evidentemente. Gli interessi e le attività per un ragazzo si sono moltiplicate. L’oratorio oggi deve pedalare di più per attrarre i giovani rispetto a ieri. Vi è una sorta di multi-appartenenza di cui tener conto. Spesso vi sono anche attività in competizione tra loro. Ed un altro problema è quello della discontinuità dell’impegno di questi ragazzi».

Bisogna essere, dunque, più flessibili. Con quali rischi per i progetti educativi?
«Bisogna tener conto anzitutto dell’autoreferenzialità della famiglia. I genitori sono più propensi alla delega accuditiva che a quella educativa. Faticano, cioè, a riconoscere in persone o ambienti esterni un ruolo educativo per i propri figli. E poi bisogna tener conto dell’esperienza; passa di qui il processo educativo».

Bisogna, dunque, non improvvisare gli educatori in oratorio.
«Esattamente così. Ci vuole anche molta formazione. Abbiamo scoperto attraverso la nostra indagine che il 44% delle diocesi hanno un coordinamento per gli oratori, momenti di formazione,
e propongono incontri ripetuti per i responsabili. D’altra parte, l’88% delle diocesi ha oratori aperti tutti i giorni con un’offerta che va dal gioco allo sport, dalla formazione al doposcuola, dal volontariato alle gite e ai pellegrinaggi e quasi la metà delle diocesi ha un coordinamento diocesano».

 

Intervista di Francesco Dal Mas per “La Vita Cattolica” del 30 maggio 2018.

 

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