Evento della Memoria: l’intervista a Emo Giandesin e i commenti dei partecipanti

Circa 600 giovani hanno partecipato all’Evento della Memoria, organizzato domenica 24 gennaio dagli uffici di Pastorale Giovanile delle 4 Diocesi del FVG. Tra questi,  oltre 230 sono stati i partecipanti provenienti dall’Arcidiocesi di Udine. Si è trattato di un pomeriggio all’insegna della riscoperta della memoria storica e della preghiera per la pace, in preparazione al grande evento estivo della Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia, nel cui contesto sarà possibile visitare il campo di concentramento e sterminio di Auschwitz.
 
 
La visita alla Risiera e il significato di «fare memoria»

 
La parola “memoria” è un sostantivo: da’ sostanza, alimenta, nutre. Un po’ come un suo sinonimo: ricordare, ossia ri-cor-dare, “ridare al cuore”: significa rendere attuale, vivo, presente, concreto. È questo il significato principale che sta alla base dell’Evento della Memoria: rendere attuale e costruttivo quanto di tragico è avvenuto durante la seconda guerra mondiale a Trieste… e ad Auschwitz, che visiteremo durante la GMG di Cracovia nell’estate 2016.
 
Per fare memoria possiamo ricorrere a libri (nella fattispecie, con Primo Levi ed Elie Weisel), a luoghi (visitando la Risiera) o alla testimonianza di chi c’era (come il sig. Emo Giandesin). Eppure, la memoria più viva è quella che non si limita a ricordare, ma si spinge fino al non ripetere le tragedie del passato e – addirittura – a fare esattamente il contrario: non il male, ma il bene. Questa è la speranza cristiana: che l’amore è più forte di ogni male, persino della morte. Se questo non fosse vero, non avrebbe senso per  noi cristiani la memoria più importante: quella della morte e Risurrezione di Gesù!
 
La memoria parte da ieri, ma si traduce in opere dell’oggi.
 
Visitare la Risiera è uno dei modi per tener viva questa memoria. La visita alla Risiera, «unico esempio di lager nazista d’Italia» (D.P.R. n. 510 del 15 aprile 1965) è stata sviluppata a gruppi, con il fondamentale supporto di alcuni generosi giovani che – nei giorni precedenti all’evento – hanno dato disponibilità per guidare i loro coetanei sui luoghi della memoria, i luoghi della Risiera.
 
 
La testimonianza di Emo Giandesin, sopravvissuto a Dachau

 
Le letture di Primo Levi e di Elie Weisel, oltre a una testimonianza di una ex deportata alla Risiera di San Sabba, hanno fatto da cornice all’intervista al sig. Emo Giandesin (video a fianco), sopravvissuto 6 mesi al campo di concentramento e sterminio nazista di Dachau. Emo, originario di Motta di Livenza, è stato catturato all’età di 17 anni con l’accusa di essere un prigioniero politico: il giovane, infatti, svolgeva attività di supporto alle brigate partigiane del trevigiano. Il sig. Giandesin ha presenziato all’Evento della memoria, rispondendo alle domande dei giovani partecipanti.
 
 

La preghiera e le parole del Vescovo di Trieste

 
La testimonianza di Abdul (nome fittizio per questioni di sicurezza), un insegnante pakistano ora “richiedente asilo” a Gorizia, ha avviato la preghiera per la pace presieduta da mons. Giampaolo Crepaldi, Vescovo di Trieste. La preghiera si è sviluppata proprio ai temi della pace e della speranza. All’altezza dell’ormai scomparso edificio adibito alle esecuzioni, sono state poste 4 candele, a simboleggiare le fiamme di pace, fede, amore e speranza. Mentre la storia, nel suo corso a volte tragico, ha spento le prime tre candele, la speranza cristiana identificata nell’ultima candela ha fatto in modo che anche le altre tre potessero riaccendersi, riportando luce e calore. Ciascun partecipante ha potuto quindi accendere una propria candela, traendo la fiamma da uno dei 4 lumi ardenti.
 
Particolarmente significativa anche l’iniziativa di preghiera per la pace: all’atto di accendere la propria candela, ciascun partecipante poteva raccogliere un biglietto con l’indicazione di un Paese del mondo in cui attualmente è in corso un conflitto. L’impegno, per ciascun partecipante, consiste nell’assicurare una preghiera costante per la pace in quel particolare paese.
 
«Queste mura parlano di come abbia preso corpo la sopraffazione dell’uomo sull’uomo». Nel suo intervento, mons. Giampaolo Crepaldi si è lasciato ispirare dall’aspetto grigio e opprimente della Risiera di San Sabba, frutto dei restauri post-conflitto. Tra i passaggi più significativi del breve intervento di mons. Crepaldi, spicca l’interrogativo rivolto ai giovani partecipanti: «Coloro che qui hanno sofferto, oggi ci chiedono: cosa volete fare della vostra vita? Volete stare dalla parte dell’amore misericordioso o dalla parte dell’odio e dell’oppressione? In che modo volete impegnarvi in questa vostra vita? Sono queste le domande a cui ciascuno di noi deve dare una risposta.»
 
 
I commenti dei giovani partecipanti udinesi

 
Il primo commento “a caldo” arriva da Elena di Rivignano: «Visitando questo luogo mi sono irrigidita pensando che proprio sui pavimenti su cui abbiamo camminato, sulle mura che abbiamo toccato, fossero stati prigionieri migliaia di persone innocenti, per il semplice fatto di essere loro stessi. Rendendomi conto di come l’uomo abbia perpetrato cosi tanta violenza su sé stesso, annullando la sua umanità, sono tante le emozioni che affiorano: rabbia, angoscia, dolore, tristezza…Perchè abbiamo lasciato che tutto ciò accadesse?» Elena ha avuto modo di soffermarsi anche su un altro particolare: «Ciò che veramente mi ha sorpreso di più,sono stati i graffiti sulle pareti delle stanze e delle celle dei prigionieri.Poche parole,semplici,anche solo nomi,ricordi,poesie,che i prigionieri scrivevano per avere qualcosa a cui aggrapparsi durante le loro giornate,per avere ancora speranza di uscire da quel luogo,per cercare di andare avanti…In un luogo dove molto vedevano la morte certa,è stato intenso ritrovare queste scritte che dimostravano e facevano trasparire gli stati d’animo di quelle persone.»
 
Alle parole di Elena fa eco Simone di Torreano di Cividale: «Entrare fra quelle mura depredate di ogni rifinitura riproduce in modo efficace come l’uomo che entrava in quei luoghi veniva privato di ogni caratteristica umana e diveniva un numero insignificante. All’odio che, ancora oggi si percepisce,  l’unica risposta che puo giungere, come proposto dal vescovo di trieste che ha guidato la preghiera per la pace, è la Speranza, che, risvegliando ogni uomo dal torpore dell’indifferenza, faccia in modo che tutto cio non avvenga mai piu!».
 
Anche Sara di Pasian di Prato pone l’accento sulla tristezza emanata dal luogo stesso: «La risiera me l’aspettavo diversa… (non so perché)  trovo che l’architetto che l’ha restaurata per aprire il museo abbia fatto un ottimo lavoro. Rende molto bene il senso di disagio che dovevano provare le persone rinchiuse lì dentro». Sara si sofferma poi sulla testimonianza di Emo Giandesin, il supersite di Dachau: «⁠⁠⁠Mi ha colpito particolarmente la testimonianza del deportato. Mi è piaciuto molto il modo in cui ha raccontato la sua esperienza».
 
«”Speri solo di non respirare più”. Mi hanno colpito queste parole nella testimonianza di Emo, forti e dirette che fanno paura». È il pensiero di Anna, di Basaldella, la quale prosegue: «Le parole di Emo ti catapultano in un mondo orrendo che sembra essere lontano dal nostro. Ma così lontano non è, e la speranza che atrocità così non riaccadano più deve rimanere viva nel nostro cuore. Ricordare e fare memoria è fondamentale perché la pace e l’amore possano finalmente prendere il sopravvento e possano rimanere accese anche in noi.»
 
Alcuni giovani di Tricesimo hanno già fatto un primo lavoro di sintesi post-evento. Tra le considerazioni, alcune meritano una condivisione particolare: «Per me, che a distanza di parecchi anni ho rivisitato la Risiera di San Sabba, è stato come ricevere un pugno nello stomaco. Il senso di oppressione che suscitano quelle due pareti altissime mi ha preso già all’entrata. Durante la visita, questa sensazione di miseria e morte non mi ha lasciata e mi ha lasciata attonita, senza parole, dinanzi alla illucinata follia di cui è stato capace l’uomo.» La testimonianza procede, spostando l’attenzione sul momento di preghiera: «Il momento di riflessione è servito a darmi coraggio: se insieme a tanti giovani tutti sentiamo, vediamo, ricordiamo il male di cui è stato capace l’uomo, forse già oggi potremo evitare che tali atrocità succedano di nuovo». Anche i giovani di Tricesimo trovano una interessante lettura all’architettura della Risiera: «L’aspetto maggiormente impressionante della risiera per me è lo slancio verso l’alto che le strutture originarie e quelle aggiuntive ti obbligano per cercare una via di fuga dall’orrore delle cose rimaste intatte che evocano i fatti tragici avvenuti. Un aiuto che un cristiano cerca verso l’alto…probabilmente verso l’alto, attraverso la ciminiera, era l’unica via di fuga dall’annichilimento costante a cui si veniva sottoposti».
 
Martina di Gonars riprende il tema trattato nel momento di preghiera: «⁠⁠⁠Il più delle volte le parole sono di troppo, risultano superficiali o persino fastidiose: allora bisognerebbe farle tacere, per ascoltare il cuore e avere la forza di mantenere accesa la luce della Speranza!». Un altro giovane di Gonars, Ivan, ha fatto da “guida” alla Risiera: «⁠⁠⁠Non mi soffermo spesso a riflettere su ciò che mi è lontano, fuori dal presente e distante dalla mia vita, ma ieri (domenica, ndr) è stata una giornata che rimarrà impressa nella mia memoria. Porto con me il ricordo di ciò che ho visto e posso solo immaginare quello che devono aver passato le migliaia di persone, quasi 70 anni fa, tra quelle mura. È difficile cercare le parole adatte per descrivere il senso di angoscia e desolazione che ho provato durante la visita. Ho toccato con mano ciò che siamo stati in grado di fare nei confronti dei nostri stessi fratelli; ho osservato il tentativo di degradare l’essenza di una persona riducendola a mera forza lavoro, o ”legna da ardere”; ho sentito il bisogno di dare una spiegazione alla crudeltà e al Male, ed infine ho compreso che tutti, oggi, siamo chiamati a scegliere la Vita, non la distruzione, a scegliere l’Amore e non l’odio, ad essere portatori di Luce per un mondo migliore, in una società nata dalle ceneri, frettolosa di lasciarsi alle spalle un passato di Ombre, per non dimenticare. Ivan»
 
Significative le parole di Maila, di Manzano, anch’essa una delle “guide” ai luoghi della Risiera: «⁠⁠⁠È stata un’esperienza profonda: avevamo il compito non solo di guide che danno delle informazioni “fredde” ma abbiamo cercato di trasportare emotivamente i giovani,  facendo si che quella crudeltà che si è verificata nella  risiera non rimanga solo come un ricordo impolverato, ma come un inizio per riflettere sulle situazioni di guerra e di persecuzione che si verificano ogni giorno in tutto il mondo.»
 
Anche i giovani di Gemona hanno svolto un lavoro d’insieme, mettendo in luce diversi aspetti del pomeriggio triestino. Alcuni giovani si sono soffermati sulla testimonianza dell’anziano Emo Giandesin: «Simpaticissimo il signor Emo, che con pochi aneddoti è riuscito a farci  emozionare. Sorrideva, ma dietro quei sorrisi si sentiva tutta la paura che ha provato e l’amarezza nel riconoscere la cattiveria e la stupiditá di certe persone». E ancora: «⁠⁠⁠La dignitá umana è spesso dimenticata. Come nelle guerre anche oggi, vicino a noi, quando non siamo capaci di accorgerci delle diverse sofferenze e solitudini dei nostri simili. Il signor Emo non sembrava avere una buona opinione della societá e degli atteggiamenti della gente d’oggi… ⁠⁠⁠Avrei voluto che avesse risposto più chiaramente alla domanda sul perdono». Altri giovani si sono focalizzati sulla visita ai luoghi della Risiera: «La stanza delle celle era inquietante. A un certo punto ho anche sentito un odore che mi ha fatto immaginare come doveva  essere quando quei loculi erano stipati di persone». Infine, in merito alla testimonianza di “Abdul” e al momento di preghiera: «⁠⁠⁠In risiera abbiamo ascoltato le parole di un profugo, mi sembrava avesse paura di essere poco chiaro. Ma grazie alla traduzione abbiamo capito il messaggio. Molto significativo il segno delle candele e dei bigliettini con i paesi in guerra oggi.»
 
Chiude il cerchio delle testimonianze Giovanni di Palmanova: «L’emozione che ha caratterizzato il pomeriggio a Trieste è stata l’ansia. Entrando in risiera avevo la sensazione di non poter uscire. Per noi che fortunatamente non abbiamo vissuto questo orrore, più che un evento della memoria è stato un evento della scoperta anche se resta comunque inimmaginabile la sofferenza provata da chi ci è passato davvero per i campi. Una domanda ha poi risuonato tra il nostro gruppo: com’è possibile che l’uomo sia capace di tanto odio e di tanto male.»
 
 
Per approfondire:

Foto dell’Evento della Memoria.Presentazione dell’Evento della Memoria e video introduttivo.Servizio Nazionale di Pastorale Giovanile: “Auschwitz: chi è l’uomo?”Sito web della Risiera di San Sabba.Storia della Risiera (da Wikipedia).Video-presentazione del Museo della Risiera di San Sabba.Risiera di San Sabba, Trieste – Documentario di Emilio Ravel (1975)

 

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